ALL IN: PER UNA LEGGE D’INIZIATIVA POPOLARE SUL DIRITTO ALLO STUDIO

Il Sistema Universitario in Italia: le macerie da cui ripartire.

Il Diritto allo Studio Universitario, sancito dalla nostra Costituzione all’articolo 34, svolge un ruolo fondamentale per poter garantire pari opportunità a tutti gli studenti, indipendentemente dagli ostacoli di ordine sociale ed economico. Il Paese vive una fase di fortissimo impoverimento, in cui le disuguaglianze economiche e sociali, già da tempo esistenti, si aggravano progressivamente. Eppure, alcuni dati ci mostrano come non sia casuale la fase critica che stiamo vivendo, ma è frutto di precise scelte politiche dei Governi degli ultimi 10 anni. Capiamo insieme cos’è successo.

  1. Università piene di tagli, senza studenti.

Il primo dato drammatico che salta agli occhi è il numero degli studenti persi dall’anno accademico 2003/2004: da 336mila immatricolati all’Università, nel 2014/15 sono 270 mila i ragazzi e le ragazze che frequentano le aule. Abbiamo perso circa 463mila studenti e studentesse in 10 anni, con un andamento che è decisamente negativo: si registra un calo di circa il 20% di immatricolati nell’ultimo decennio (fonte: anagrafe MIUR) . L’Università italiana, quindi, concretamente espelle dal sistema formativo, e al contempo l’attuale sistema di Diritto allo Studio non fornisce gli strumenti e le garanzie per intraprendere in maniera libera la scelta di iscriversi a un corso di studio universitario. Significa che 463mila persone che potenzialmente avrebbero potuto formarsi e laurearsi, inevitabilmente non l’hanno fatto.

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Inoltre osservando l’evoluzione delle immatricolazioni per Regione si registra il calo della quota di immatricolati di Calabria, Campania, Sardegna, e Sicilia per quanto riguarda il Mezzogiorno e la crescita di Lombardia (16,4% del totale nel 2011/12) e Lazio (14,7%), che si confermano ai primi due posti per numero di immatricolazioni (Fonte: fino al 2002/03 MIUR – Indagine sull’Istruzione Universitaria; dal 2003/04 Anagrafe Nazionale Studenti ). Il tasso degli immatricolati e dei laureati in Italia è in profondo ritardo rispetto al resto dei Paesi europei, e ciò dipende soprattutto dalla miopia politica degli ultimi Governi che non si sono adoperati per innalzare il livello di istruzione e a consentire ad ampi segmenti della popolazione di accedere all’istruzione terziaria.

Sempre più studenti e studentesse nel corso degli ultimi 10 anni non hanno sentito l’Università come un luogo capace di fornire sostegno e veramente aperto a tutti; oggi potersi permettere di studiare è diventato un lusso, un privilegio di pochi a fronte di un diritto negato di moltissimi. Inoltre negli ultimi 10 anni le tasse universitarie in Italia sono cresciute del 63% parallelamente ad una significativa riduzione di numero di iscrizioni all’università (-17% nello stesso decennio). L’aumento della contribuzione studentesca si è accompagnata alla progressiva riduzione del Fondo di Finanziamento Ordinario (il fondo statale che ogni anno viene assegnato ai vari Atenei, il quale è diminuito  di 63,5 milioni di euro per l’anno 2009, di 190 milioni di euro per l’anno 2010, di 316 milioni di euro per l’anno 2011, di 417 milioni di euro per l’anno 2012 e di 455 milioni di euro a decorrere dall’anno 2013) che in molti casi ha portato gli Atenei a compensare la contrazione delle risorse statali con maggiori oneri a carico degli iscritti: di conseguenza le tasse non rappresentano più una fonte di finanziamento secondaria ma sono divenute in molti casi un’entrata vitale per i bilanci delle Università italiane. Nella stessa direzione va l’’uso della contribuzione studentesca come strumento punitivo per penalizzare su un piano economico gli studenti fuoricorso ed inattivi. Quest’ultima forma di discriminazione, che purtroppo un numero crescente di Università sta scegliendo di adottare, si trova ad essere anch’essa incentivata dalle norme in materia di tasse studentesche che i governi degli ultimi 6 anni hanno adottato.

 

II “Tutto deve cambiare affinchè tutto rimanga com’è”

Ma quali sono le cause reali di questa situazione? E’ molto semplice: l’Università italiana è stata martoriata da numerosissimi tagli (lineari e non) nel corso degli ultimi anni. Parlare di definanziamento al sistema universitario è un eufemismo. A partire dalla Riforma Gelmini del 2010, con il combinato disposto della Finanziaria Tremonti, che ha dato l’avvio al massacro economico e strutturale (con i tagli lineari sui fondi per università e ricerca, il blocco della possibilità di assumere – cosiddetto “blocco del turn-over”- e l’aziendalizzazione della struttura universitaria tutta), il Governo tecnico Monti non ha dato segnali in senso inverso. I pochi interventi del Ministro Profumo sono andati nella stessa direzione degli anni precedenti. Parliamo, ad esempio, della definizione del range della tassa regionale per il diritto allo studio, che viene pagata tutti gli anni – al momento dell’immatricolazione – dagli studenti (Decreto Legge 68/2012). Questo provvedimento si è concretizzato, in alcune Regioni, nell’implemento a dismisura di quella voce di spesa; in parole povere, stiamo assistendo al fenomeno per cui il Diritto allo Studio viene, di fatto, finanziato dalle tasche degli studenti stessi. Allo stesso modo, la recentissima stangata del Governo Renzi a proposito del cambiamento del calcolo dell’ISEE (Indicatore della Situazione Economica Equivalente), usato nella definizione delle prestazioni sociali – e per questo criterio con cui si accede o meno alla borsa di studio – ha impattato in maniera disastrosa sul settore universitario: dall’aumento delle tasse alla diminuizione della platea dei beneficiari di borsa di studio, siamo di fronte all’ennesimo provvedimento che espelle dal mondo della formazione.

Il confronto su scala europea.

  1. Il dibattito sulla conoscenza e l’istruzione terziaria in Europa.

La situazione italiana del diritto allo studio risulta ancora più drammatica se proiettata su scala internazionale. In particolare, è opportuno prendere l’Unione Europea come scala di comparazione, anche alla luce della Strategia di Lisbona e degli obiettivi di Europa 2020.

Nel marzo del 2000 il Consiglio europeo straordinario riunitosi a Lisbona definì il quadro generale per una serie di riforme economiche che dovevano interessare i singoli Stati e la dimensione comunitaria, con l’obiettivo esplicito di fare dell’Unione “la più competitiva e dinamica economia della conoscenza a livello globale”. Per la prima volta i Capi di Stato e di Governo europei pongono l’accento sul ruolo dell’istruzione e della conoscenza, alla luce delle trasformazioni del modello produttivo, dentro una strategia su politiche economiche, innovazione, riforma del welfare e inclusione sociale, capitale umano, uguali opportunità del lavoro femminile.

Al tempo stesso,  la Strategia di Lisbona palesa come i saperi e la conoscenza non rappresentano affatto uno spazio neutro e privo di attriti, al contrario sul nodo dell’accesso ai saperi, soprattutto in riferimento alle implicazioni con il mondo della produzione, si dispiegano interessi divergenti e conflittuali. La stessa categoria di “Economia della conoscenza” ha un carattere ambivalente, ma si è concretizzata presto in un disegno ben preciso: la spinta per l’aumento del livello complessivo di istruzione e del tasso dei laureati parte dal riconoscimento della conoscenza come fattore di produzione sempre più importante per aprire nuovi mercati e per emergere nella competizione su scala internazionale. A partire da queste dinamiche, la promessa di una società della conoscenza, ha lasciato spazio a un nuovo sistema economico con nuove gerarchie: la conoscenza diventa bene mercificabile, fonte di profitto e, di conseguenza, la distribuzione della ricchezza prodotta dal lavoro cognitivo e dalla cooperazione non segue affatto i principi dell’equità e della giustizia sociale.

Dentro questa complessità si inseriscono gli obiettivi quantitativi prioritari di Europa 2020 per la crescita e l’occupazione che l’Unione Europea ha stabilito nel 2010. Anche in questo caso trovano centralità i temi dell’istruzione, della ricerca e dell’innovazione: in particolare, gli Stati europei devono aumentare gli investimenti in Ricerca e Sviluppo fino 3% del Pil, abbattere la dispersione scolastica al di sotto del 10% e raggiungere il 40% dei laureati nella fascia d’età fra i 30 e i 34 anni. Sono tutti obiettivi ancora distanti nella media dei Paesi europei, ma soprattutto fortemente disattesi dal nostro Paese. In particolare, l’Italia è all’ultimo posto nel tasso di laureati fra i trentenni: a fronte di una media europea del 37,9%, il nostro Paese è fermo al 24% e superato da tutti i Paesi dell’area Ocse, anche da Turchia e Cile come certificato dall’ultimo rapporto di Education at Glance. Questi dati sono oggetto di un dibattito che troppo spesso, a causa di interessi di diversa natura, è stato deformato verso prospettive che non affrontano i problemi cruciali del nostro sistema universitario, ma che al contrario rischiano di aggravare la situazione.

Troppo spesso, infatti, gran parte della classe politica e imprenditoriale ha puntato il dito contro lo spreco di risorse da parte degli atenei italiani e l’insufficiente sviluppo di un sistema di istruzione terziaria professionalizzante non accademica. I dati dicono, però, che la spesa media per laureato negli atenei italiani è ben al di sotto di altre esperienze europee: la spesa tedesca e quella svedese sono più del doppio di quella italiana, ma anche in Spagna e in Franca la spesa è più alta del 70% rispetto a quella del nostro Paese. Si torna al punto di partenza. Il confronto del sistema universitario e dell’alta formazione italiano sul piano internazionale fa emergere con drammaticità l’insufficienza di investimenti pubblici nel settore e, in particolare, nel diritto allo studio e nel welfare studentesco.

2. Finanziamenti sul diritto allo studio e welfare studentesco in Europa

L’Università italiana sconta nei confronti degli atenei degli altri Paesi europei un pesante sottofinanziamento. Ancora una volta, è il rapporto Education at Glance 2015 a darci la cifra di questo ritardo: la spesa complessiva per l’istruzione universitaria in Italia è ferma allo 0.9% del Pil, penultima fra gli Stati dell’area Ocse e contro una media UE pari all’1,5%. Negli ultimi anni, prima e dentro la crisi economica, su scala europea si sono registrati processi divergenti. Siamo di fronte a un’Europa a due velocità: mentre i Paesi del Nord e dell’Europa centrale hanno aumentato la spesa in istruzione, i cosiddetti PIGS (Paesi con alto debito pubblico come Portogallo, Italia, Grecia e Spagna) e molti Paesi dell’est Europa hanno seguito o subito l’indirizzo del taglio lineare dei servizi pubblici e degli investimenti nelle infrastrutture sociali, a partire da scuola e università.

In questo quadro differenziato e che fa emergere una divergenza netta fra (almeno) due modelli di spesa sul diritto allo Studio, l’Italia risulta in una posizione ancora più drammatica da più punti di vista. In primo luogo, sono da evidenziare i dati in termini assoluti dei beneficiari di borsa di studio sia alla luce dei numeri attuali sia del trend in atto: dal 2006 al 2013 Francia, Germania e Spagna hanno aumentato nonostante la crisi il numero di studenti borsisti, mentre negli anni la già limitata platea di aventi diritto si è ulteriormente contratta. Non solo, quindi, nell’Europa settentrionale e centrale, ma anche in un Paese come la Spagna, coinvolto in questi anni nella crisi del debito e colpito dai diktat sulle politiche delle austerità, ha aumentato gli investimenti nel diritto allo studio. Inoltre, questi dati ci consentono di mettere sotto la lente una vergogna tutta italiana: la figura dell’idoneo non beneficiario di borsa di studio, ovvero uno studente avente diritto a un sostegno economico da parte dello Stato per proseguire gli studi universitari ma che non lo riceve a causa della mancanza di risorse investite. Nell’anno accademico 2014/2015 gli idonei vincitori sono leggermente scesi rispetto agli anni passati, ma restano alla clamorosa cifra di 40.000 studenti a cui viene negato un diritto fondamentale.

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Inoltre, il diritto allo studio in Italia si caratterizza sempre più come forma di welfare assistenziale residuale, limitato a offrire un sostegno economico, troppo spesso insufficiente, ai redditi bassi e alle famiglie povere per iscrivere i propri figli all’università. Questa dimensione emerge con chiarezza dai dati sulla percentuale di studenti che ricevono una borsa di studio sul totale della popolazione studentesca del Paese. Anche in questo caso, l’Italia risulta il fanalino di coda in Europa con una percentuale inferiore al 10%, mentre Paesi come la Germania e la Francia viaggiano rispettivamente al 21% e al 27% (con un numero assoluto di studenti molto più alto e quindi con investimenti pubblici sul diritto allo studio molto più elevati). Da notare come nei Paesi del Nord Europa, guardando in particolare al modello scandinavo, il diritto allo studio rientra all’interno della visione universalistica del welfare, come opportunità di tutta la cittadinanza di emancipazione sociale e autoderminazione, anche rispetto alla famiglia di provenienza: le percentuali di studenti che ricevono la borsa di studio in questi Paesi si attestano fra il 75% e il 90%.

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La palese carenza di investimenti, in termini assoluti e relativi, sul diritto allo studio nel nostro Paese è accompagnata da situazioni territoriali molto diverse fra loro. La costante incertezza sulle risorse a disposizione e la disparità di trattamento e nell’accesso ai diritti che si vive nelle diverse regioni è imputabile sicuramente a una mancanza di volontà politica chiara e all’assenza di Livelli Essenziali delle Prestazioni in grado di determinare il reale fabbisogno, ma anche da un frammentazione senza uguali delle fonti di finanziamento.

Il confronto con il modello francese risulta particolarmente significativo: in Italia il sistema del diritto allo studio poggia sul Fondo Integrativo Statale, su risorse proprie delle Regioni e sulle entrate provenienti dalla tassa regionale per il diritto allo studio a carico degli studenti e delle loro famiglie.

La Francia, anche alla luce di una tradizione politica e amministrativa nettamente diversa dalla nostra, ha assunto un modello praticamente opposto: la gestione del diritto allo studio è fortemente centralizzata, con un finanziamento interamente statale a bilancio del Ministère de l’Education Nationale e che viene gestito attraverso il CNOUS (Centre National des Œuvres Universitaires et Scolaires) con una struttura centrale e una rete di strutture locali deputate all’erogazione di borse di studio, alloggi, servizi di ristorazione, ecc. Più che la presenza o meno di più istituzioni competenti in materia che concorrono alla realizzazione degli obiettivi, il punto decisivo risiede nella chiarezza delle responsabilità sulla materia, aspetto che in Francia è fissato in modo puntuale.

III. Modelli alternativi: prestiti studenteschi e universalismo

Lo scenario internazionale ci consegna, infine, strade alternative al diritto allo studio inteso come strumento di sostegno per i redditi più poveri. In parte ci siamo già soffermati su alcuni esempi e in questa sezione prendere brevemente in esame due modelli radicalmente contrapposti: il sistema anglo-sassone dei prestiti studenteschi e l’approccio universalistico dei Paesi scandinavi.

In Gran Bretagna il sostegno agli studi viene affrontato con un approccio e una filosofia molto distanti dalla nostra. Non solo negli ultimi anni le rette per l’iscrizione universitaria sono triplicate, fino a raggiungere le 9.000 sterline all’anno, ma il principale strumento per coloro che non possono permettersi tali cifre è rappresentato dal prestito d’onore o prestito studentesco. In sostanza, lo studente si indebita con una banca o una società finanziaria che copre il pagamento della retta universitaria e, una volta conseguito il titolo di studi e avviata la propria carriera lavorativa, restituisce il denaro prestato e gli interesse maturati. Questo sistema ha una palese criticità politica: anziché investire, anche a fondo perduto, risorse pubbliche per consentire a tutti di proseguire gli studi indipendentemente dalle condizioni economiche di partenza, inserisce logiche di mercato e di finanziarizzazione nell’accesso all’università e mette gli studenti e i neo-laureati sotto il macigno di un debito elevatissimo da restituire. Inoltre, le cifre dell’indebitamento e i casi sempre più numerosi di “insolvenza” degli ex-studenti dimostrano come il modello non sia sostenibile e più rivolto a garantire profitti privati che un diritto allo studio accessibile per tutti.

Il modello anglosassone, anche alla luce della bolla dei prestiti studenteschi negli Stati Uniti che supera ormai i 1.100 miliardi di dollari (+361% in 10 anni), non può rappresentare un’alternativa, anzi seguire questa strada significa dal nostro punto di vista aggravare la manomissione del diritto allo studio, aprendo la questione dell’accesso ai più alti gradi della formazione a dinamiche di liberalizzazione e di mercato anziché a un impegno preciso dello Stato.

Per questo motivo, ci indirizziamo verso l’altra strada da approfondire, quella del sostegno universalistico. I Paesi scandinavi e del Nord Europa, in particolare Svezia, Danimarca, Finlandia e Olanda, hanno sviluppato un’integrazione profonda tra i benefici per l’accesso all’istruzione e una visione universale del welfare: in questi contesti esiste un reddito di formazione erogato su base individuale, composto da contributo monetario ed erogazione di servizi, che non si basa soltanto sul sostegno a chi non può permettersi gli studi, ma si pone l’obiettivo di garantire un’opportunità di emancipazione e autodeterminazione a tutti gli studenti e le studentesse.

Il modello danese rappresenta uno dei casi più avanzati: tutti gli studenti ricevono circa 900$ per mese (comprensivi dei servizi di trasporto e di housing) a partire dai 18 anni e per un massimo di 6 anni. Gli studenti non devono restituire questi soldi, nemmeno in caso di interruzione degli studi o di ritiro dal College. Questo sistema universale di welfare studentesco si combina in molti casi con la gratuità dell’istruzione universitaria, prevedendo un forte investimento pubblico attraverso la fiscalità generale: una dimensione distante da quella del nostro Paese, dove le tasse universitarie sono in costante crescita da anni, mentre le croniche criticità del diritto allo studio restano in campo e contribuiscono alla vertginosa caduta del numero di immatricolati negli atenei italiani.

Diritto allo Studio: ieri, oggi, domani.

I.Ieri: cos’è successo.

Il sistema di diritto allo studio in Italia è normato soltanto dalla legge 390 del 1991 e dal Dpcm del 2001, che definiscono l’entità delle borse di studio, i servizi offerti e i criteri di accessibilità per entrambi.

La legge Gelmini all’articolo 5 conteneva alcuni nebulosi passaggi sul diritto allo studio che si  sarebbero dovuti chiarire successivamente alla pubblicazione della legge, il nuovo sistema si sarebbe dovuto basare sull’identificazione di alcuni livelli essenziali delle prestazioni (Lep) a cui avrebbe dovuto aver accesso ogni studente in possesso dei requisiti di eleggibilità (cioè, la possibilità di accedere o meno ai benefici del Diritto allo Studio).

In seguito alla pubblicazione delle legge 240 del 2010, il precedente governo costituì un tavolo tecnico con rappresentanti del Miur e delle regioni per definire la nuova normativa per il diritto allo studio universitario, il tavolo subi numerose interruzioni dovuta ad una serie di contrasti tra il Miur e le regioni sul finanziamento del sistema di diritto allo studio e sulla definizione dei Lep.

Ad una settimana dalla dimissioni del governo Berlusconi, il ministro Gelmini fece approvare un decreto sul diritto allo studio, molto scarno e che non conteneva alcun dato sul finanziamento né i criteri di definizione per le borse.

Il Decreto 68/2012, emanato dal Ministro Profumo, provò a fornire un quadro normativo sui Livelli Essenziali delle Prestazioni, con risultati pessimi: ciò che si evidenziava era l’inasprimento dei requisiti di merito per accedere alla borsa di studio e la totale discrezione del Ministero dell’Economia nella definizione dell’importo della borsa di studio. Inoltre, l’aumento dell’importo della tassa regionale per il Diritto allo Studio – elemento normato dal decreto 68 stesso –  ha provocato in alcune Regioni (come ad esempio la Campania) automaticamente la copertura economica del DSU da parte degli studenti stessi. A nostro avviso, è inaccettabile che venga esplicitamente coperto in prima istanza con gli introiti della tassa regionale per il diritto allo studio pagata dagli studenti. Le risorse statali e regionali intervengono soltanto nei casi in cui il fabbisogno finanziario per soddisfare i livelli essenziali delle prestazioni a chi ne ha diritto. Viene avallata la logica per cui il diritto allo studio venga sostenuto sulle spalle degli studenti, mentre lo Stato compie un passo indietro rinunciando ad investimenti in uno dei settori che al contrario dovrebbe essere considerato una priorità per il futuro dell’intera società.

  1. Oggi: cosa sta succedendo.

Il Governo Renzi si inserisce in questo quadro con una serie di interventi che rischiano di distruggere totalmente il Diritto allo Studio Universitario.

Come sappiamo il Diritto allo Studio Universitario ha tre fonti di finanziamento: i contributi statali (il cosiddetto Fondo Integrativo Statale), la tassa regionale pagata da studenti e studentesse e infine i contributi delle Regioni.

Il decreto Sblocca Italia, in mezzo a un calderone di manovre, all’art. 42 co.1 interviene sull’art 46 del cd “decreto Irpef” che imponeva alle regioni di contribuire alla finanza pubblica per 500 milioni di euro, sospendendo l’esonero dal patto di stabilità interno di una serie di voci tra cui quella del diritto allo studio universitario. Questa norma aveva dato attuazione all’intesa sancita in sede di Conferenza permanente Stato-Regioni il 29 Maggio 2014. Il decreto Sblocca Italia elimina questo esonero reinserendo all’interno del patto di stabilità una serie di voci legate per lo più al mondo dell’istruzione tra cui troviamo i 150 milioni di euro destinati alle borse di studio, facendo crollare così uno dei pilastri su cui si è sostenuto fino ad oggi il sistema del finanziamento del diritto allo studio.

Oltre a questo, si è aggiunto il cambiamento del calcolo dei parametri per la definizione dell’ISEE. L’Isee è lo strumento tramite cui si regola l’accesso alle prestazioni di natura sociale tra cui la borsa di studio; Per l’accesso ai servizi di DSU assieme all’Isee viene valutato il parametro Ispe – relativo alla condizione patrimoniale. Il DPCM 59/2013, entrato in vigore il 1 Gennaio 2015 (a cui non è seguita nessuna sperimentazione da parte del Ministero dell’Economia), ha impattato in maniera disastrosa sul sistema del Diritto allo Studio. Infatti moltissimi studenti e studentesse si sono improvvisamente ritrovati più ricchi senza in realtà esserlo, a causa della introduzione di tutti i redditi esenti Irpef  (quindi anche la borsa di studio stessa) e valutazione degli immobili non più ai fini ICI bensì IMU ( più 66% del valore precedente) . Il risultato è stato una diminuizione di circa il 30 % della platea dei beneficiari di borsa di studio, e al contempo il disinteresse del MIUR nei confronti dell’emergenza “espulsione” è stato enorme. Soltanto poche Regioni, su spinta delle organizzazioni studentesche, hanno trovato misure tampone per far fronte all’emergenza in corso, ed è solo di inizio marzo 2016 la notizia che il MIUR ha messo mano alle soglie ISEE e ISPEP per l’accesso alle prestazioni del Diritto allo Studio, innalzandole fino a 23.000 (ISEE) e 50.000 (ISPEP).

III. Domani: le nostre battaglie per una proposta di tutti.

Siamo profondamente convinti che l’attacco al mondo universitario si collochi in un più ben ampio scenario di smantellamento dei diritti sociali. La stagione referendaria sta aprendo uno squarcio in questo contesto. Le lotte ambientali, le lotte per una scuola pubblica, di massa, laica e di qualità, in netta opposizione al modello proposto dalla Buona Scuola, le battaglie sul mondo del lavoro, la partita sul referendum costituzionale, per una democrazia reale e rappresentativa, sono battaglie che stanno all’interno della visione di un diverso modello di sviluppo di Paese. Siamo profondamente convinti che oggi parlare di Diritto allo Studio e di un nuovo modello di accesso alla formazione vuol dire immaginarsi un diverso sistema-Paese, condurre una battaglia contro le disuguaglianze sociali, investire pienamente nella formazione e nella ricerca di base come questione di interesse generale,  Con queste premesse abbiamo scritto e messo a disposizione la proposta di Legge d’Iniziativa Popolare sul Diritto allo Studio: abbiamo lanciato un percorso, un cammino comune, che intende inserirsi nella stagione referendaria e sottoporre alla politica una visione nuova dei diritti sociali. Vogliamo costruire insieme un orizzonte diverso, facendo coalizione con chiunque abbia la volontà di giocarsi questa partita storica per il futuro del Paese. Vogliamo costruire un futuro di tutti, senza esclusioni, disuguaglianze, che sia davvero fruibile e accessibile agli studenti e alle studentesse.