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Il nostro sistema universitario sta subendo da anni un processo di grave ridimensionamento. Più di 1 miliardo di tagli previsti dal Governo Berlusconi e mai reintegrati, la riforma Gelmini, il blocco del turn over, criteri di valutazione e allocazione delle risorse che hanno contribuito ad aggravare le disuguaglianza hanno rappresentato un colpo durissimo.
In particolare, una delle conseguenze pià gravi è stata l’affermazione di un modello di accesso al mondo della formazione estremamente restrittivo e volto ad escludere migliaia e migliaia di aspiranti studenti e studentesse.
Proprio la riforma Gelmini, mentre parallelamente si tagliava oltre il 90% dei fondi sul diritto allo studio, si precarizzava la ricerca e si disegnava una governance verticista ed aziendalista che ha contribuito ad aumentare il potere baronale nei nostri atenei, prometteva una revisione del Diritto allo Studio Universitario attraverso la definizione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni. In realtà, i decreti attuativi del Ministro Profumo non hanno minimamente risolto la situazione. Basti pensare all’aumento dell’importo della tassa regionale sul diritto allo studio che grava sugli studenti e sulle proprie famiglie e che, in moltissime regioni italiane è divenuta la prima fonte di finanziamento del Diritto allo Studio stesso, costruendo così un meccanismo per cui sono gli stessi studenti ad autofinanziarsi l’accesso ai più alti gradi della formazione.
Allo stesso modo, il Governo Renzi non sta dando segnali di cambiamento. E’ ben noto l’impatto disastroso che ha avuto la modifica dei criteri di calcolo dei parametri ISEE e ISPEP sull’accesso al diritto allo studio in mancanza di una revisione delle soglie per risultare idonei alla borsa di studio. Il dato che si registra è l’esclusione del 30% (circa) degli exidonei alla borsa di studio, con il conseguente tasso di abbandono dal sistema universitario. Migliaia e migliaia di studenti si sono ritrovati senza nessun beneficio – tanto economico quanto residenziale -, e soltanto in poche Regioni si è proceduto ad un intervento “tampone” che riammettesse al mondo della formazione almeno parte degli esclusi. Al tempo stesso manca, ancora oggi, la definizione del Livelli Essenziali delle Prestazioni (Lep), indispensabili per garantire un’estensione uniforma sul territorio nazionale del Diritto allo Studio e per garantire i necessari finanziamenti al sistema sulla base delle esigenze.
Il quadro che ne emerge continua a subire gli effetti di anni di provvedimenti, tanto confusi quanto volontariamente inadeguati a migliorare l’esistente. Ma l’attacco al mondo universitario si colloca in un più ben ampio scenario di smantellamento dei diritti sociali, che culmina con la riforma costituzionale e il conseguente svuotamento delle istituzioni democratiche. La stagione referendaria sta aprendo uno squarcio in questo contesto. Le lotte ambientali, per un Paese a misura di persona e un territorio restituito ai cittadini; le lotte per una scuola pubblica, di massa, laica e di qualità, in netta opposizione al modello proposto dalla Buona Scuola; le battaglie sul mondo del lavoro, precarizzato e svilito da provvedimenti come quello del Jobs Act; la partita sul referendum costituzionale, per una democrazia reale e rappresentativa, sono battaglie che stanno all’interno della visione di un diverso modello di sviluppo di Paese, che combatta le disuguaglianze e proponga una inversione di marcia reale e concreta.
Siamo profondamente convinti che oggi parlare di Diritto allo Studio non significhi parlare di borse di studio, ristorazione e residenze. Oggi ragionare di un nuovo modello di accesso alla formazione vuol dire immaginarsi un diverso sistema-Paese, condurre una battaglia contro le disuguaglianze sociali, investire pienamente nella formazione e nella ricerca di base come questione di interesse generale, contro il modello escludente di istruzione elitaria e di risorse concentrate in pochi hub di eccellenza della ricerca in pochi settori con prospettive immediate di profitto economico.
Con questo spirito e con questa volontà abbiamo scritto e messo a disposizione la proposta di Legge d’Iniziativa Popolare sul Diritto allo Studio: dall’assemblea del 27 febbraio abbiamo lanciato un percorso, un cammino comune a cui si sono aggiunte rete, organizzazioni e realtà sociali che riconoscono nel diritto allo studio un nodo decisivo per la costruzione di una società con meno disuguaglianze e più centralità alla cultura e alla ricerca. Un percorso che intende inserirsi in una stagione referendaria da sostenere nel suo complesso (dal Sì al referendum del 17 aprile sulle trivelle fino all’iniziativa della Cgil sui temi del lavoro e dei referendum sociali su scuola, beni Comuni e ambiente) e che vuole sottoporre alla politica una visione nuova dei diritti sociali. Anche per questo, ad esempio, abbiamo inserito nella proposta il reddito di formazione, ritenendo l’autodeterminazione dell’individuo un elemento fondamentale per la democrazia, la crescita collettiva ed individuale. Non vogliamo limitarci ad una proposta da “addetti ai lavori”; vogliamo costruire insieme un orizzonte diverso, facendo coalizione con chiunque abbia la volontà di giocarsi questa partita storica per il futuro del Paese.

Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca Italiani, Africa Insieme, ARCI, Campagna Sbilanciamoci, Cinecittà Bene Comune, Coordinamento Ricercatori e Ricercatrici Non Strutturati, Edizioni dell’Asino, Flc – Cgil Nazionale, Fiom – Cgil Nazionale, Legambiente, Legambiente Scuola e Formazione, Link – Coordinamento Universitario, Lip per una buona scuola per la Repubblica, Lunaria, MGA – Mobilitazione Generale Avvocati, Nigrizia, Proteo Fare Sapere, Rete 29 Aprile, Rete della Conoscenza, Unione degli Studenti, Act! – Agire, Costruire,Trasformare, Giovani Comunisti, Lista Sì Toscana a Sinistra, Possibile, Rifondazione Comunista, SEL – Sinistra ItalianaTILT

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